Raccontami una storia

Qualche giorno stavo cercando nei siti italici quello che si dice e si consiglia a chi ha o vuole mettere su una startup.

Volevo capire perché in Italia si parla tanto di questa cosa ma sembra che nessuno si preoccupi di capire che cosa sia veramente una startup.

Se si cerca un po’ si troveranno tantissimi articoli che dicono che la caratteristica fondamentale delle startup è l’innovazione.

Come ho già avuto modo di scrivere, questa idea è completamente sbagliata.

L’innovazione non è la caratteristica fondamentale di una startup, semmai è il modo attraverso cui la startup ottiene una crescita molto veloce.

La crescita veloce, quello cui ogni startup aspira, significa che il modello individuato può funzionare e potrebbe avere le caratteristiche per portare la startup da essere una azienda che non esiste, perché non ha mercato, ad essere un’azienda che crea un nuovo mercato o, in alternativa, che si appropria rapidamente di un mercato già esistente perché soddisfa una domanda nuova.

Nella mia piccola ricerca mi sono imbattuto in un interessantissimo ebook: Pitching Hacks a cura di Venture Hacks,  disponibile gratuitamente per il download.

È una lettura breve e molto interessante per chi ha una startup ma anche per chiunque fa impresa.

Il libro dà una serie di indicazioni su come organizzare un pitch per “vendere” ad un investitore la propria startup.

La prima frase dell’introduzione è già da stampare a lettere cubitali e da ricordare ogni mattina alzandosi dal letto:

Investors don’t invest in businesses. They invest in stories about businesses.

Un’altra frase a pagina 14 è anche molto significativa:

For investors, the product is nothing. — Marc Hedlund

Già perché quello che interessa di più di tutto ad un investitore è la crescita, la cosidetta traction.

Se c’è crescita significa che forse c’è un potenziale che può esprimersi a dimensioni più grandi. La crescita è quello che valida il prodotto dell’azienda nel suo mercato.

Il prodotto può essere il più bello del mondo ma se la startup non riesce a venderlo e ad ottenere la traction l’azienda non esiste e il prodotto non vale niente.

Ogni investitore sarà entusiasta di investire in un’azienda che ha crescita e che racconta quella crescita con una bella storia.

A nessuno mai interesserà un prodotto di per sé. Qualunque prodotto non vale niente se non ha un’azienda e un team che ci costruiscono una storia attorno. La storia è quello che rende il prodotto interessante e comprensibile.

Guarda caso queste semplici indicazioni sono proprio alcuni degli elementi chiave di un buon marketing.

Per vendere un prodotto a qualcuno è necessario raccontargli una storia. La storia è quello che definisce il prodotto e lo rende interessante per l’acquirente.

Apple riesce a vendere l’iPhone ad un prezzo esorbitante perché è stata raccontata la storia che dice che chi possiede quei telefoni è più figo di chi non li possiede.

Allo stesso modo la storia è quello che rende possibile vendere un’idea, quella della startup, anche se la startup è un’azienda che ha infinita probabilità di fallire.

Le startup di successo che diventano aziende enormi sono quelle che riescono a creare un prodotto / servizio che risponde ad un esigenza di mercato. Il successo è la combinazione perfetta di un esigenza latente di mercato e della capacità dell’azienda di creare e vendere il prodotto / servizio che risponde a quell’esigenza di mercato.

La crescita anche piccola ma relativamente significativa dei primi tempi è quello che può far parte della storia e che serve a vendere l’idea all’investitore.

È quello che di fatto valida l’idea agli occhi dell’investitore anche se non capisce nulla (e non vuole capire nulla) del prodotto/servizio offerto dalla startup.

Ricapitolando:

  • L’innovazione non è la caratteristica principale delle startup.
  • La caratteristica fondamentale di una startup, quella che la rende appetibile per un investitore, è quella di crescere rapidamente. Una startup che non ha crescita difficilmente avrà investimenti.
  • Una startup con una storia bellissima ma senza crescita difficilmente raccoglierà investimenti.

Per concludere ti invito a guardare il video di presentazione dell’iPhone del 1997. Sono passati 10 anni ma è veramente straordinario da ascoltare.

Si può vedere facilmente come Steve Jobs costruisca una storia. Ma la storia non è quella dell’iPhone. È la sua storia e quella di Apple! Lui racconta come ha rivoluzionato il mondo con il Mac e con l’Ipod. E poi come ha deciso di costruire per noi comuni mortali uno smartphone che avesse un senso. Lui è l’eroe. La storia è la sua storia.

L’iPhone è il prodotto che ci fa avere tra le mani il risultato di quella lunga e straordinaria battaglia che Steve Jobs ha dovuto combattere per crearlo.

Per chi ne capisce, è anche una straordinaria lezione di Copywriting per vendere.

https://www.youtube.com/watch?v=9hUIxyE2Ns8

 

Startup non significa solo innovazione

Fare l’imprenditore è un mestiere molto impegnativo.

Si è sempre impegnati a lavorare e, di solito, si ha pochissimo tempo per riflettere e per studiare.

In realtà questo è un gravissimo errore. Studiare e riflettere dovrebbe far parte dell’attività quotidiana di ogni imprenditore.

Quando insieme ai miei ex-soci abbiamo fondato e costruito Venere abbiamo sempre studiato molto. Amazon era il fornitore dei libri che servivano per imparare argomenti che in Italia non si sapeva nemmeno esistessero.

Nella mia vita ho avuto molto successo come imprenditore, avendo costruito in 13 anni di lavoro un sito venduto ad Expedia nel 2008 per una cifra considerevole.

D’altra parte, come capita credo alla gran parte degli imprenditori, non ho mai capito veramente cosa ha permesso a me e ai miei soci, di riuscire in un’impresa così difficile. E per di più in Italia, in un contesto difficile per non dire ostile all’attività d’impresa.

Impresa fatta poi da 4 venticinquenni…

Me lo sono sempre chiesto e senz’altro alcuni elementi sono chiari: bravura, intelligenza, competenza, tempismo, fortuna, coraggio, onestà, tenacia, lavoro di gruppo…

Tante belle cose che però non spiegano il motivo. Cioè se si dice si riesce ad essere imprenditori di successo essendo dei fenomeni in realtà non si dice un granché.

Ultimamente, studiando marketing con Frank Merenda, credo di aver individuato alcune delle scelte che abbiamo compiuto e che penso siano alcune delle giuste leve che ci hanno permesso di ottenere il successo che abbiamo avuto.

In questi articoli vorrei cercare di individuare e raccontare quelle scelte.

Sia per fissarle nella memoria, per me e per chi ha lavorato con me.

Sia per renderle disponibili come indicazione per chi vuole avventurarsi a fare l’imprenditore (o già si è avventurato!) e ha interesse a capire “come abbiamo fatto”.

Magari per cercare di replicare quel grande successo facendo anche di meglio!

Una premessa importante per chiarezza: non penso assolutamente di avere la verità rivelata su come si fa impresa. Anzi… ho fatto diverse cazzate nella mia carriera di imprenditore dopo il successo di Venere!

Ma proprio per questo, proprio perché ho avuto molto successo e ho anche fatto molte cazzate, ho compreso sulla mia pelle diverse cose di come funziona questo mestiere.

Eh già perché si tratta proprio di un mestiere, una cosa dove si lavora e pure parecchio!

Sicuramente molto di più di un manager o di un dipendente!

Per iniziare a parlare di questa storia vorrei per prima cosa affrontare alcuni concetti di base a partire da  una parola che va molto di moda di questi tempi: la parola è startup!

Quando ho iniziato la mia attività di imprenditore, nel 1995, questo termine non esisteva. Ne esisteva un altro, all’epoca pure quello molto di moda che era new economy.

La new economy raggruppava in particolare tutte quelle attività economiche che si basavano sull’uso di nuove tecnologie, quali che fossero. I

In particolare ci si riferiva ad Internet, la grande rete di comunicazione che connetteva computer sparsi in tutto il mondo. All’epoca per la verità molto pochi…

Nel 1991, quando in Italia appena si iniziavano ad usare i Fax, internet iniziava a fare la sua comparsa nel mondo.

In Italia tra le pochissime realtà connesse c’era l’istituto nazionale di fisica nucleare, l’INFN.

C’erano solo una manciata di provider che permettevano di “accedere” alla rete. Una abbonamento ad internet tramite linea telefonica commutata  (ossia con la linea telefonica e una macchina chiamata modem) costava moltissimo e aveva tipicamente una velocità massima di 14.400 bit al secondo. Ossia una velocità che è 6000 volte più bassa della velocità di uno smartphone moderno.

Tutta una serie di attività che si fanno oggi normalmente dal telefonino erano operazioni molto complicate e lunghe da fare su computer costosissimi collegati ad una rete molto complicata da usare e che richiedeva abbonamenti molto costosi.

Malgrado questi enormi ostacoli in ingresso era evidente a chiunque ci venisse in contatto che internet ed in particolare il web, erano il futuro. Anche se nessuno aveva idea di quale sarebbe stata la forma di quel futuro.

Erano nate alcune aziende che facevano cose semplici, come per esempio vendere libri (amazon.com) o prenotare alberghi tramite il computer (venere.com, Expedia.com) oppure cercare informazioni sul web (google.com, yahoo.com).

Tutte aziende e siti che proponevano modi alternativi di fare ed ottenere prodotti o servizi che all’epoca erano reperibili in altro modo (es. comprare libri in libreria o prenotare alberghi in agenzia di viaggi) oppure che non erano proprio possibili o riservati ad un pubblico piccolissimo (le ricerche di google erano effettuate manualmente, ovviamente non sul web ma su archivi cartacei. C’è n’è un bell’esempio nel film una segretaria quasi privata che puoi vedere qui:

https://www.youtube.com/watch?v=d1_hcy7dTuY

)

Oggi, dopo 20 anni da quell’epoca, la situazione si è rovesciata. Ora non si parla di new economy perché l’attività di impresa che non consideri la propria presenza online o almeno l’uso delle tecnologie di comunicazione che definiamo genericamente con Internet in pratica non esiste.

Il problema ora è il contrario: come può l’impresa “tradizionale” competere con l’impresa che usa al massimo del potenziale il web ?

Come può un qualsiasi negozio competere con Amazon o una qualsiasi agenzia di viaggio competere con Booking o Expedia ?

Detta così sembra esserci una contrapposizione tra l’usare la tecnologia e il non usarla. In realtà non è quello il problema.

Ossia la differenza non sta tanto tra l’usare o il non usare una determinata tecnologia, ma tra il capire bene cosa distingue un’azienda di successo e una che non ha successo.

Porsi il problema in termini di “quell’azienda ha avuto successo perché usa internet” oppure “quell’azienda non funziona perché non usa internet” è completamente sbagliato. È un modo errato di guardare al problema. O perlomeno è solo una spiegazione parziale.

La tecnologia è solo un mezzo che permette di accelerare il successo.

Oggi quella parola new economy non esiste più. Perché non c’è più distinzione perché in realtà oggi è tutto new economy.

Oggi invece si parla sempre più spesso e pervasivamente di startup, tante volte a sproposito, sopratutto in Italia.

In Italia si pensa che fare una startup significhi

  • Inventare un prodotto/servizio innovativo
  • Diventare ricchi presto
  • Essere molto fighi

Ti posso dire subito che pensare basta un nuovo prodotto / servizio basato sul web per essere una startup ed avere un luminoso futuro davanti a sè… è completamente sbagliato!

Una startup se correttamente intesa come da chi si è inventato questo termine, ossia dalla gente della silicon valley ha un significato completamente diverso.

Allora vediamo bene cosa si intende veramente con startup.

Se si cerca su google si trova questa definizione:

In economia con il termine startup si identifica una nuova 
impresa nelle forme di un'organizzazione temporanea 
o una società di capitali in cerca di un business model 
ripetibile e scalabile. Inizialmente il termine veniva usato 
unicamente per startup operanti nel settore Internet o 
tecnologie dell'informazione.

Vediamo di analizzare bene il significato di queste parole. Perché su questo argomento c’è molta anzi moltissima confusione. Sintetizzando la definizione di wikipedia possiamo dire che:

“Una startup è una nuova impresa in cerca di un business model che sia ripetibile e scalabile”

Prima considerazione:

Se c’è la ricerca di un modello di business ripetibile e scalabile significa che la startup NON HA, almeno all’inizio, un modello di business definito!

Quindi è un’azienda che prevede di avere dei ricavi da un prodotto / servizio che ancora non esiste o che esiste in forma embrionale e per il quale non c’è ancora un modello di business ossia non è chiaro da cosa ricaverà danaro e se ne ricaverà.

Per esempio google quando è nato era già quello che è ora, un search engine (motore di ricerca), ma non aveva ancora un modello di business che lo sostenesse. Non c’era ancora nemmeno l’idea di google adwords. Quel modello di business, il modo come google guadagna soldi, è venuto molti anni dopo la sua fondazione. C’era solo un software che analizzava il web e permetteva (come ancora oggi) di trovare pagine tramite parole chiave.

Come google c’erano tanti altri search engines, primo tra tutti Altavista che all’epoca era il n. 1.

L’idea differenziante di google era quella di trovare risultati ordinandoli secondo un algoritmo che ne rendeva molto più rilevanti i risultati assegnando un punteggio ad ogni pagina web. Il famoso Page Rank teneva in considerazione quanti link nel web puntavano a quella pagina. Questo parametro veniva tenuto in considerazione quando si effettuavano le ricerche e questo permetteva di ottenere risultati più precisi.

Ma questa bella cosa era solo il motore di ricerca google non era il suo modello di business.

Il modello è stato trovato molti anni dopo la nascita di google, anche se già all’inizio si pensava che la pubblicità potesse sostenere l’attività.

Si trattava dell’ormai noto AdWords, gli annunci pubblicitari testuali di google.

 

Il modello di business si è costruito quindi attorno al prodotto ma non era il prodotto in sé.

Quello che la gente “compra” su google è la sua capacità di trovare il risultato giusto per una determinata ricerca di parole chiave.

Quello che google “vende” sono risultati di ricerca a cui vengono aggiunti risultati speciali che sono rilevanti per le parole chiave dell’utente.

Il modello è replicabile ? Si. Ogni ricerca produce un elenco di indirizzi web in cui è possibile aggiungere sponsorizzazioni in cima alla pagina.

Il modello è scalabile ? Si. Il sistema software che produce il risultato può essere replicato per rendere disponibile lo stesso prodotto a chiunque lo voglia in ogni parte del mondo.

Lo stesso indice può essere tradotto in tutte le lingue del mondo creando versioni localizzate del software.

Google era una startup ed ha effettivamente dimostrato come il suo modello fosse replicabile e scalabile ad una dimensione globale.

Seconda considerazione:

Una nuova impresa significa una nuova iniziativa imprenditoriale.

Questo concetto viene spesso confuso con il fatto che una startup deve necessariamente essere una azienda fondata da ragazzini.

In realtà non è assolutamente così. Attività di impresa non significa azienda.

Può essere benissimo una nuova attività lanciata da un’azienda già esistente.

Anzi meglio: qualunque azienda può cercare di avere un modello ripetibile e scalabile!

Anzi direi che è auspicabile che sia così!

Un modo semplice in cui le aziende che non sono startup possono cercare un modello scalabile e ripetibile è quello di cercare di rendere replicabili e scalabili se stesse se hanno un modello di business in piccolo (un prototipo) che funziona.

Per esempio, se un ristorante funziona molto bene, non risente della crisi, ha clienti molto contenti che lo consigliano ai propri amici, etc, il proprietario imprenditore potrebbe cercare di comprendere quali sono le caratteristiche che ha la sua impresa per renderla ripetibile.

Ossia deve cercare tutte quelle che sono le caratteristiche peculiari della sua attività che caratterizzano il suo ristorante e che rendono possibile aprire ua nuovo locale che abbia, sperabilmente, lo stesso successo del primo. Ciò rende il modello di business ripetibile.

Oppure se la mia impresa vuole costruire e vendere biciclette fatte con il telaio in bambù, devo trovare il modo di rendere la costruzione delle biciclette un processo replicabile in serie.

Suppondendo di aver individuato con certezza il modo di rendere ripetibile il proprio modello si passa al vedere come si può rendere scalabile, ossia di poterlo replicare su vasta scala e magari con costi complessivi relativamente sempre più contenuti per ogni nuova vendita effettuata o producendo sempre più pezzi.

In fondo è lo schema della produzione in serie, in base ad un modello applicato ad un’azienda.

C’è un prototipo iniziale, costruito artigianalmente.

Quando il prototipo funziona come ci si aspetta c’è la fase successiva per renderlo replicabile in serie, di modo che possa essere prodotto tramite un processo industriale che si possa automatizzare.

L’ultima fase è quello di scalare la produzione ai livelli necessari richiesti dal mercato, ossia fare in modo che la fabbrica produca un numero di esemplari sempre più alto ad un prezzo per pezzo sempre più basso.

Si capisce quindi che la parola startup  ha un significato molto più complesso che non dire solo è un azienda che fa innovazione.

OGNI azienda dovrebbe aspirare ad essere una startup, intesa come la definizione di cui sopra, ovvero ogni azienda deve cercare di avere un modello di business ripetibile e scalabile.

Le Startup,  sono quindi tutte quelle imprese che vengono pensate e costruite fin dall’inizio come imprese che ambiscono a diventare grandi e non si limitano a rimanere nell’ambito della propria comfort zone.

E il metodo per diventare grandi è organizzare o riorganizzare la propria attività di modo che il prodotto / servizio sia replicabile e scalabile.

Nell’esempio del ristorante, è ovvio che l’impresa può restare delle dimensioni “normali”, ossia giuste per sostenersi, senza pensare mai ad un modello diverso per poter aumentare il proprio giro d’affari.

La vita dell’azienda sarà però statica, il conto economico sarà più o meno sempre lo stesso per tutta la vita dell’imprenditore e magari dei suoi figli.

Di fatto, se l’attività va bene, si tratta di un lavoro impiegatizio in cui l’azienda è il datore di lavoro dello stesso imprenditore.

Il problema di questa impostazione è che se c’è un problema, per esempio di crisi economica o di nuova concorrenza o di guerra di prezzi, l’imprenditore non ha idea di come affrontare la crisi. Perché di fatto è un impiegato abituato ad una routine.

Il suo lavoro ha acquistato un carattere di staticità nel tempo.

L’impresa che vuole crescere e che vuole aumentare il proprio fatturato, deve necessariamente pensare al modo di farlo. Deve cioè esplorare strade nuove per aumentare il proprio giro di affari.

Prima di pensare alla strategia di marketing necessaria ad aumentare il proprio fatturato è necessario che l’azienda sia in grado di sostenere la crescita del fatturato o che perlomeno abbia una strategia su come farlo.

Qui è il passaggio difficile. Perché  rendere un’attività replicabile e poi anche scalabile non è così semplice come può sembrare a prima vista.

Ci si potrebbe allora chiedere perché le startup vengono sempre associate al concetto di innovazione.

La risposta sta nel fatto che l’innovazione, che sia di prodotto ma sopratutto di processo, è quello che può rendere molto veloce la diffusione di un determinato prodotto / servizio.

La velocità di crescita e conseguentemente di creazione di valore è quello che tutti gli investitori cercano perché è quello che può far sì che un’azienda venga venduta a cifre enormi.

La chiave per il successo di ogni startup è la sua capacità di crescere velocemente e di avere un mercato potenziale più grande possibile.

Infatti la velocità di crescita e l’ampiezza del mercato potenziale sono i due parametri fondamentali che vengono utilizzati dagli investitori per determinare il valore di una startup.

L’innovazione è quindi quella strettamente necessaria per fare si che esistano tutti questi elementi:

  • Replicabilità del modello di business
  • Scalabilità del modello di business
  • Velocità di crescita
  • Mercato potenziale

L’innovazione di per sé, come concetto astratto, non ha nessuna importanza per una startup.

In questo sono assolutamente d’accordo con Luca Carbonelli che nel suo blog se la prende giustamente con chi pensa che startup significa innovazione.

Niente di più sbagliato!

Però è sbagliato anche ridurne il significato soltanto alla fase di avvio di un’azienda.

Come ho cercato di spiegare in questo articolo startup indica tutte quelle aziende che cercano una strada per crescere velocemente.

PS:

Per darti un’idea di quanto siano cambiate nel tempo anche grandi aziende come google e facebook puoi guardare questo sito che permette di “vedere” indietro nel tempo come era nel passato un sito.

Si chiama archive.org che registra copie dei più famosi siti web di tutto il mondo.

Per esempio qui trovi google nel 1997 quando è stato fondato:

http://web.archive.org/web/19981202230410/http://www.google.com/

Qui trovi invece la prima versione registrata di facebook.

http://web.archive.org/web/20040814075128/http://www.thefacebook.com/

Venere non c’è più

Prima o poi doveva succedere… anche se ho sperato che non accadesse sin dall’inizio.

Edi in effetti all’inizio, nei primi anni, sembrava che le cose potessero andare in altro modo. Poi però arrivavano notizie sempre più preoccupanti. Prima la chiusura dell’amministrazione. Ma ancora sembrava soltanto un’ottimizzazione. Poi la chiusura o lo spostamento in altri paesi delle persone dedicate alla vendita. Già questo era molto più preoccupante…

Quando però è arrivata la notizia che anche il reparto software avrebbe chiuso i battenti allora è diventato chiaro che la fine era segnata…

Venere.com, che insieme ai miei amici Marco, Renata e Gianandrea avevo fondato nel febbraio del 1995., è stata chiusa definitivamente il 1 dicembre 2016. Se si naviga sul sito si finisce sul sito hotels.com.

Il problema è che la gestione che c’è stata successivamente alla nostra uscita non è mai stata veramente all’altezza della concorrenza. Come spesso accade quando dei manager prendono il posto dell’imprenditore il più delle volte non si ottiene il risultato sperato, ossia la sopravvivenza dell’azienda… si certo la sopravvivenza magari si, ma un’azienda per crescere e prosperare ha bisogno di chi la spinge e ci crede e ci lavora 48 ore al giorno, rubando tempo al tempo pensando alla cosa che c’è da fare dopo mentre se ne fa un’altra.

La nostra storia è iniziata tantissimi anni fa, quando internet in Italia non c’era ancora. Era il 1995. All’epoca eravamo parte di un gruppo di ricerca universitaria dell’INFN che si occupava di costruire APE100, il calcolatore all’epoca più veloce del mondo. Faceva ben 100Gflops, ossia 100 miliardi di operazioni di calcolo in virgola mobile al secondo.

Operazioni semplici in realtà. Una banale operazione tra 3 operandi (A*B+C ) che ripetuta miliardi di volte in parallelo su centinaia di processori era perfetta per fare simulazioni di modelli fisici complessi.

Per esempio su APE100 si simulavano i modelli matematici per calcolare la massa del protone a partire dai suoi 3 quark costituenti (2 quark up e un quark down). La macchina, per quanto molto specializzata, come tutti i calcolatori, si prestava a fare moltissime cose.

Tra le altre poteva essere utilizzata per il calcolo delle migrazioni sismiche. Le migrazioni sismiche sono degli algoritmi che servono per effettuare la “migrazione” indietro nel tempo di onde sismiche che sono registrate da una rete di sismografi. A cosa servono ? Ovvio, per cercare il petrolio!

Se si fanno saltare delle cariche esplosive su di un’area dove si cerca il petrolio, ognuna di esse provocherà delle vibrazioni del terreno che si propagheranno in profondità nel terreno.

Se in profondità si trovano delle faglie, ossia delle superfici in cui diverse parti di roccia si incontrano, l’onda acustica che si sta propagando nel terreno verrà riflessa e tornerà verso la superficie. Se in superficie si piazzano dei sismografi che registrano le vibrazioni del terreno in conseguenza delle esplosioni e delle riflessioni che si hanno nel sottosuolo, di fatto è come se si fosse fatta una fotografia di quello che c’è sottoterra.

Si tratta solo di “sviluppare” la fotografia. Le migrazioni sismiche sono gli algoritmi che fanno questo.

Servono per trovare il petrolio perchè i giacimenti si trovano il più delle volte in corrispondenza delle faglie che ci sono nel sottosuolo. Sapendo dove sono le faglie si può fare una trivellazione in corrispondenza di essa avendo una maggiore probabilità di trovare un nuovo giacimento.

Forse mi sono dilungato un po’ troppo… Era per dire che con Marco e Renata abbiamo iniziato a lavorare insieme quando l’ENI chiese al gruppo APE di fare una simulazione di migrazioni sismiche su APE100.

Il programma lo sviluppammo insieme con loro. Poi l’ENI non comprò la macchina… ma solo perché la riteneva troppo complicata da usare e aveva già altri mezzi.

Noi invece ci siamo trovati bene a lavorare insieme. E così iniziammo a pensare di fare qualche cosa che non fossero solo migrazioni sismiche.

Nel laboratorio dove lavoravamo c’erano i primi computer che erano collegati ad Internet, una cosa ancora conosciuta da pochissime persone. Capimmo subito le potenzialità di quel mezzo anche se non era chiaro dove si poteva arrivare. Quel “qualcosa da fare insieme” divenne venere.com.

Nel 1995 eravamo in 4. Poi uno per volta si sono aggiunti in tanti.

Quando ce ne siamo andati nel 2008 eravamo più di 220.

È un peccato che Venere non ci sia più…